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La Svezia che non conosci

19.12.2019

Falun, Svezia

La neve in inverno arriva con piccoli fiocchi leggeri che sfiorano il suolo senza fare rumore. Così ti svegli una mattina e il grigiore del cielo e i colori autunnali sono stati sostituiti dal tipico bianco inverno del Nord, il sole totalmente coperto da nuvole bianche come la neve al suolo, che riflette intensamente quella poca luce rimasta e rende tutto ancor più bianco. L’atmosfera sembra quasi magica, la mattina al tuo risveglio ti affacci alla finestra notando una luce diversa e i tuoi occhi non possono che illuminarsi davanti a quello spettacolo, un po’ come quando eri bambino e una mattina dopo tanta attesa trovavi la neve di fuori ad aspettarti e non vedevi l’ora di uscire a giocare.

Sono passati 4 mesi, 121 giorni dal mio arrivo in Svezia e ancora non mi so spiegare quel profumo di magia che percepisco quasi ogni mattina al mio risveglio, ma so che è una sensazione che non se ne andrà.

La Svezia è laghi, alberi, piccole foreste, panorami spettacolari, papere, scoiattoli, lepri, più in generale pace e natura e ovviamente freddo, tanto freddo. Ma questo è quello che tutti si aspettano, mentre nessuno si aspetterebbe di trovare, in un posto così, persone sorridenti e sempre disposte, educate, simpatiche, organizzate, civili. Cose che almeno nella mia percezione sono sempre più distanti in altri paesi dell’Europa, ad esempio l’Italia. Gli svedesi sono timidi e capaci di non salutarti neanche quando si trovano ad essere tuoi coetanei e vicini di casa e incrociandoti la mattina abbassano la testa e fanno finta di non vederti, ma se incroci lo sguardo di qualcuno per strada o al supermercato ti salutano sempre sorridendo e ogni tanto tentano di intavolare qualche piccola chiacchiera mentre aspetti in fila alla cassa.

Le serate nel weekend in Svezia sono pub o feste in casa e tante birre, per combattere il freddo dell’inverno, serate ricche di risate e discorsi di ogni genere, perché più che ballare qui amiamo parlare e conoscerci, perché non c’è mai un limite quando vuoi conoscere meglio una persona e gli argomenti non finiscono mai. Ci sono poi anche le serate trascorse a ballare e lasciarsi andare e fidatevi se vi dico che loro sanno farlo meglio di molti altri. A loro non servono feste epiche e locali da urlo, ma buona musica e amici con cui ballare e anche una piccola stanza può diventare una discoteca! Li vedrai ballare nei modi più strani e questo perché per la loro mentalità ballare non è far vedere quanto sei bravo o cercare di attrarre l’altro sesso, ma divertirsi, sfogarsi e lasciarsi andare e soprattutto ognuno è libero di vestirsi e muoversi come meglio crede, senza essere giudicati o derisi se si decide di vestire completamente in rosso, piuttosto che andare in giro con i capelli rosa o con un completo total black e riempirsi il viso di piercing. L’abito non fa il monaco, né determina i tuoi ideali politici o il tuo stile di vita e nessuno viene escluso, tanto meno in base all’aspetto esteriore.

E forse è questo clima di unità e civiltà che fa sentire me e molti altri “stranieri” del posto così a casa e desiderosi di rimanere per sempre in questo clima innevato e magico.

La terra dei Giganti

In ogni viaggio che affrontiamo partiamo con delle aspettative riguardo il posto nel quale stiamo andando, puntualmente alcune di esse si rivelano esatte ma non tutte e a volte troviamo delle sorprese ad attenderci. Queste ultime sono il motivo principale che spinge alcuni di noi a viaggiare: l’inaspettato, la scoperta di nuovi luoghi e nuove emozioni, la ricerca di qualcosa che si allontani dalla nostra vita di tutti i giorni.

Ma quando cominci un nuovo percorso in un posto così lontano dalla tua vita e le tue aspettative precedenti è come essere in viaggio ogni giorno, alla scoperta di ciò che ti circonda quotidianamente ma che non sempre ti saresti aspettato. E con questo si includono anche le persone che incontriamo nel nostro nuovo percorso, con una varietà infinita di esperienze e bagagli culturali con le quali arricchirsi a vicenda. È un po’ una parte di quello che chiamiamo amicizia.

Questo viaggio è stato uno degli ultimi momenti passati con le persone che sono riuscite a portare un po’ di calore nel freddo inverno svedese e i pomeriggi solitari passati a studiare, non riguarda solo la bellissima città che abbiamo scelto di visitare ma anche il viaggio che abbiamo affrontato insieme nei mesi passati.

Questa volta si viaggia in treno e in otto apparentemente interminabili ore attraversiamo il confine svedese per arrivare nella vicina Norvegia. Oslo, la capitale norvegese, appare ordinata e organizzata tanto quanto la Svezia e si distingue anch’essa per la puntualità dei mezzi e la pulizia dell’ambiente. I norvegesi d’altro canto, nonostante parlino una lingua molto simile a quella svedese, hanno un atteggiamento decisamente diverso soprattutto verso i turisti. Uno strano mix tra curiosità, diffidenza e per alcuni addirittura scontrosità. In ogni caso la prima cosa che salta all’occhio, soprattutto per chi può vantarsi di non superare il metro e mezzo di altezza, è che i norvegesi sono estremamente alti, forse anche più degli svedesi che comunque in altezza non scherzano.

La Oslo da visitare è concentrata in un’unica strada principale che attraversa tutto il centro città e la maggior parte dei monumenti e punti di interesse: la cattedrale che appare molto più bella all’interno di come possa sembrare esternamente; il parlamento norvegese, un bellissimo edificio che si affaccia su un parco che da lì si dilunga fino alla fine della strada dove si può già ammirare il palazzo reale e poco prima di questo, sulla sinistra, il municipio della città.

Si allontanano invece dalla via principale il museo di Munch e l’Opera House. Quest’ultima a mio avviso e la più degna di nota tra tutte le bellezze della città: completamente in vetro e marmo di Carrara, la particolarità dell’Opera House oltre ad essere completamente visibile all’interno osservandola dall’esterno, è la possibilità di poter letteralmente camminare sul tetto dell’edificio e poter così godere di uno dei più bei panorami della città.

Il terzo giorno a Oslo ci allontaniamo definitivamente dal centro per visitare Vigeland Park, un parco all’interno del quale si possono ammirare le sculture di Gustav Vigeland e Frogner Manor.

Il nostro viaggio si conclude insieme ad un percorso affrontato insieme nei sei mesi passati. È quasi il momento di salutarsi, il nostro ultimo regalo alla nostra amicizia è una serata passata all’Ice Bar di Oslo, molto freddo ma altrettanto suggestivo essendo composto interamente di ghiaccio, bicchieri compresi, e pieno di sculture dedicate al famoso pittore Munch.

La melodia che accompagna questa esperienza a Oslo è Indie-Folk e accompagna le sensazioni provate visitando la città e passando i nostri ultimi momenti insieme, come la canzone Lonesome Dreams di Lord Huron.

Due di noi quattro, sempre insieme dai nostri primi giorni in Svezia, concludono la loro esperienza all’estero e tornano a casa, tra saluti e qualche lacrima. Ma anche se le nostre strade si dividono non è detto che lo saranno anche le nostre vite e Oslo sarà sempre la nostra città.

Il viaggio del Sole

16 Agosto 2019

Parto in mattinata da una Amburgo ancora piovosa, per fortuna stavolta senza problemi con le linee ferroviarie, né ritardi. Mano a mano che mi allontano vedo le nuvole diradarsi e il sole affacciarsi, “sembra quasi un segno” penso tra me e me, ridendo dei miei stessi pensieri.

Sto andando in un posto per il quale devo fare una traversata molto particolare, il treno sul quale mi trovo infatti arriva fino a un’area portuale in Germania per poi essere letteralmente caricato su un traghetto, con tanto di passeggeri a bordo e il tutto con un’estrema facilità e rapidità. Dopodiché veniamo invitati a scendere dal treno e a spostarci verso le varie aree del traghetto. Così inizia la traversata del Fehmarn Belt, lo stretto che ad ovest del Mar Baltico collega la Germania con la Danimarca. Raggiungo subito il ponte del traghetto, il sole splende, è una giornata fantastica e mi sento pervadere da un’immensa gioia mentre vedo il porto farsi sempre più piccolo e fare spazio al blu del mare. Un gabbiano segue la traversata, si affianca al traghetto e vola senza paura vicino alle nostre teste, in cerca di cibo.

Il viaggio dura solo una quarantina di minuti, nei quali ho appena il tempo di pranzare e godermi il panorama all’aperto, dopodichè torno al vagone del treno che viene scaricato dal traghetto e in pochi minuti arriva in stazione. Le due ore di viaggio successive le passo in un pullman diretto a Copenhagen.

La capitale danese non è però la mia destinazione, mi dirigo infatti all’interno della stazione per prendere l’ultimo treno della giornata, altri 40 minuti di viaggio prima di sentire annunciare la mia fermata: Malmo.

Sono finalmente sul suolo svedese, mancano pochi giorni alla conclusione del mio viaggio e la Svezia, dopo due settimane di pioggia, mi ha regalato il sole.

In ostello conosco subito due ragazze, poco più giovani di me, Fiona dalla Svizzera e Lilian dall’Inghilterra. Mi dicono che in queste sere a Malmo c’è un festival per tutte le vie del centro, è il Malmö Festival ed è ricco di eventi, serate musicali di ogni genere e per ogni età, bancarelle con cibi di ogni nazionalità, un parco giochi e tantissima gente, tutto nella terza città più grande della Svezia, così in serata usciamo tutte insieme per dirigerci in centro. Parliamo molto, ovviamente in inglese, dei nostri rispettivi paesi, dei nostri viaggi, dell’università, ci scambiamo i numeri e ci invitiamo a vicenda a venirci a trovare presto. Torniamo in ostello prima ancora di mezzanotte, tutte e tre molto stanche per i viaggi affrontati.

Una città grigia

14 Agosto 2019

Parto da Amsterdam con la malinconia di chi sa di lasciare qualcosa di incompiuto alle sue spalle. Certo, non è possibile vedere tutto quello che una città ha da offrire in soli due o tre giorni, questo lo avevo messo in conto dal giorno della mia partenza, ma per la prima volta non mi sento soddisfatta di ciò che ho visto e credo di dover vedere di più. Sicuramente tornerò presto ad Amsterdam per soddisfare le mie sensazioni.

Il viaggio risulta essere tremendo: sembra che le connessioni con la Germania, almeno per quanto riguarda i treni, abbiano sempre qualche problema. Così per varie restrizioni di origine sconosciuta mi trovo ad affrontare un viaggio che avrebbe richiesto solo quattro ore in ben sette ore, passando per due cancellazioni di treni, tre cambi e altrettante attese in stazione. Destinazione Amburgo.

Inutile stare a descrivere le condizioni meteorologiche, la mia nuvola temporalesca mi segue ovunque io vada e sembra ingigantirsi ad ogni città che visito. Per fortuna trovo conforto nelle ampie e semi vuote stanze dell’ostello di turno, questa volta però un po’ fuori mano (trenta minuti in metro dal centro).

15 Agosto 2019

I miei amici, sempre presenti anche se distanti chilometri, mi ricordano che oggi è Ferragosto e mi rendo conto che è la prima volta nella mia vita in cui passo questo giorno da sola e senza nulla di programmato in agenda. Nulla di sbagliato, è bello cambiare abitudini, non fosse che alla classica domanda “Che fai a Ferragosto?” mi ritrovo a guardare fuori la finestra il temporale che imperversa su Amburgo e a pensare tristemente che non farò assolutamente nulla.

Trascorro metà della mia giornata all’interno dell’ostello, passo un po’ di tempo al computer, cucino, fumo. Alle due del pomeriggio mi sembra già di impazzire, decido quindi di tentare un’uscita sfruttando un attimo di pausa del temporale. Incurante delle gocce che iniziano nuovamente a cadere dal cielo, mi muovo a passo veloce verso la stazione della metro armata di giacca anti pioggia e ombrello. 

Quando arrivo in centro la pioggia è cessata, mi trovo però davanti ad una città dall’aspetto grigio e triste, ancor più accentuato dal clima uggioso. Visito in poche ore la Hamburger Rathaus, il St. Nikolai Memorial, la Chilehaus e il Bismarck Monument.

Il primo di questi monumenti è forse l’unico che conserva davvero la sua maestosità, la Hamburger Rathaus è ora la sede del governo della città.

Il St. Nikolai Memorial, una chiesa gotica semi distrutta da un bombardamento, è una delle cinque chiese Luterane di Amburgo. A vederla così, a me sembra che nessuno si sia interessato abbastanza ad essa da restaurarla e conservarla a dovere.

La Chilehaus è un edificio costruito intorno al 1920, esempio dello stile architettonico espressionista. Mi ricorda però vagamente il Flatiron Building di New York, visto all’incirca dodici anni fa durante una visita della città insieme ai miei genitori.

Infine, il Bismarck Monument, probabilmente una volta il più imponente monumento della città e forse la maggior attrazione, ma ora quello che mi trovo davanti è un’opera lasciata a se stessa, riempita di graffiti fin dove gli “street artists” tedeschi sono riusciti ad arrivare, in un parco popolato ormai solo da ragazzi e uomini dalle intenzioni poco chiare, motivo per cui non mi soffermo più di tanto. Mi rendo conto però di essere l’unica turista in quel parco semideserto.

Torno in albergo in tardo pomeriggio, un po’ delusa dalla mia visita, ma non demordo e decido di dare un’altra possibilità alla città. D’altronde ogni luogo deve avere anche degli aspetti positivi nonostante quelli negativi, così decido di uscire nuovamente per cena.

Arrivo in centro e mi metto alla ricerca di un locale dove mangiare qualcosa del posto, magari senza spendere troppo. È giovedì e pur passeggiando tra le vie principali del centro di Amburgo, i locali sono tutti chiusi, eccetto quelli all’interno di alcuni centri commerciali. Mentre mi dirigo verso uno di questi, attraversando un ponte, scorgo finalmente qualcosa di molto bello: il cielo si sta aprendo in lontananza, il sole tramonta sul Binnenalster, uno dei due laghi artificiali di Amburgo e si vede il getto di una fontana provenire proprio dall’interno del lago e spuntare dietro a un battello ormeggiato. Visto da un’altra angolazione sarebbe sicuramente stato più bello, ma anche così è uno spettacolo fantastico. 

L’unica altra vista della quale godo è purtroppo quella delle vetrine del McDonald dove mi fermo per cena, prima di tornare all’ostello per l’ultima notte ad Amburgo.

La città della perdizione

13 Agosto 2019

Amsterdam è la città dalle mille stranezze, piena di particolarità e curiosità da scoprire, ma è anche la città della perdizione, con i suoi coffee shop, i tantissimi eventi organizzati durante tutto l’anno e il famoso Quartiere a Luci Rosse. Sento questa città tra le note di Brain Stew dei Green Day, chissà se è colpa della serata appena trascorsa.

Stamattina decido di visitare il Dungeon Museum, uno degli strani musei di Amsterdam, da non confondere con il Torture Museum: mentre quest’ultimo espone e racconta quelle che erano le torture medievali e quali strumenti venivano usati per effettuarle, quello dove io mi sto dirigendo ti trascina in una storia interattiva, con attori veri, alla scoperta di quello che è stato il passato cruento di Amsterdam, tra storia, leggende e un pizzico di paura. Attenzione, il biglietto per questa attrazione è un pò costoso, ma si possono ottenere grossi sconti acquistandolo online dal sito ufficiale.

Il viaggio nel tempo del Dungeon Museum dura all’incirca 80 minuti, nei quali io e tutti i presenti veniamo minacciati con vari strumenti di tortura, spaventati, portati su una nave, spaventati ancora. Veniamo poi costretti a partecipare ad una seduta spiritica con un pessimo risultato, portati in un tribunale, in una foresta infestata, spaventati di nuovo e poi messi al rogo. Alla fine ne siamo usciti tutti vivi, anche se qualcuno un po’ provato dall’esperienza. 

Nel pomeriggio decido di visitare Vondelpark, un gigantesco parco (circa 47 ettari) con al suo interno laghetti, ponticelli, sculture di ogni forma e dimensione e un teatro all’aperto che ospita eventi di ogni tipo durante tutto l’anno. Passeggio a lungo per il parco, mi perdo un po’ tra le varie stradine, in tutto quel verde e quella natura così curati. Nonostante si incontrino moltissime persone a Vondelpark, tra turisti, sportivi o chi semplicemente sosta sul prato, rimane un’area molto tranquilla dove trascorrere del tempo da soli o in compagnia. Nonostante ciò, il momento più atteso del giornata deve ancora arrivare.

È finalmente sera e mi trovo a De Wallen. L’ingresso del quartiere si scorge da lontano grazie alle luci rosse accese lungo ogni via del posto, che riflettono la loro luce sull’acqua del canale. Non vi sono preamboli per il Red Light District, non esistono ingressi o presentazioni di ciò che stai per vedere, se non le tipiche luci ormai simbolo del quartiere, usate una volta dalle prostitute che si aggiravano qui, nelle vicinanze del canale, alla ricerca di marinai da adescare. È da loro che, dopo moltissimi anni, è nato il Quartiere a Luci Rosse di Amsterdam, ormai un’attrazione per migliaia di turisti che anche stasera, pur essendo martedì, affollano le vie di questa parte della città. E ogni strada e vicolo del quartiere, è pieno di donne che volontariamente offrono il loro corpo seminudo alla vista (e a molto altro) di ogni passante, ammiccano, si muovono, ti guardano intensamente e alle volte ti lanciano baci, di tutto pur di adescarti. Vi sono donne di ogni tipo: dalle più giovani, alle più anziane, magre, formose, grasse, transessuali e con ogni tipo di aspetto e atteggiamento.

Museo della prostituzione
Museo della prostituzione

Ma oltre alle prostitute, a De Wallen si possono trovare anche un’infinità di sexy shop e night club, anche in questo caso con una vastissima scelta tra spettacoli di ogni genere. Vi sono poi vari musei, ovviamente in tema con il luogo: il museo del sesso, quello dell’erotismo e il Red Lights Secrets, il museo della prostituzione. È in quest’ultimo che entro, spinta dalla curiosità di conoscere di più di un qualcosa che non viene mai spiegato o raccontato. All’interno vengono esposti tutti gli aspetti di questo mestiere, positivi e negativi e vengono raccontate storie di donne che hanno realmente vissuto questo ambiente e il mestiere. Si parla poi di sfruttamento della prostituzione, un tema al quale Amsterdam tiene molto: vi è infatti un apposito numero da chiamare nel caso in cui si sospetti che una prostituta non stia praticando il mestiere di propria volontà, ma costretta. Si passa poi ad una più che dettagliata descrizione delle varie pratiche sadomaso e simili e si conclude la visita davanti a un gigantesco muro dove ognuno può appendere un biglietto con i propri “segreti scottanti” scritti su di esso, in maniera anonima, ma esposti all’interno del museo.

Nel Red Light District sembra che ognuno possa trovare ciò che cerca e soddisfare ogni curiosità e qualsiasi desiderio, ma attenzione: non si possono assolutamente scattare foto all’interno del quartiere, una scelta da rispettare poiché le donne che si prostituiscono stanno effettivamente mettendo in mostra un “prodotto” e credo che nessuno vorrebbe vedere i propri articoli pubblicizzati, senza trarne guadagno. 

Museo della prostituzione

Amsterdam ha mille volti e sfaccettature da offrire, il Quartiere a Luci Rosse è uno di questi e molti altri sono lì tra le vie della città che aspettano solo di essere vissuti. Tuttavia tornando a casa, con la consapevolezza di dover partire l’indomani, sento di non aver ancora vissuto abbastanza questa città, forse una delle poche mete se non l’unica che consigliere di visitare in compagnia di qualche buon amico.

Metropolitana ad Amsterdam

Mille volti di una città

11 Agosto 2019

Tre, quattro ore di sonno al massimo e la sveglia già suona insistentemente, la luce mi acceca e mi sembra di avere un martello pneumatico nella testa. Ciò che mi spinge ad alzarmi è il viaggio che sto per affrontare, è la voglia di cambiare aria ancora una volta. È bello non doversi fermare troppo a lungo in un posto, avere la libertà di andarsene quando e dove meglio si crede, non dover tener conto quasi di niente e nessuno. È arrivato il momento di rinfrescare i miei occhi con nuove scoperte, vedere posti nuovi, camminare su un altro terreno.

Venti minuti per arrivare alla stazione, dieci minuti per raggiungere il binario, tre ore filate sul treno per vedere Bruxelles allontanarsi, paesaggi diversi scorrermi davanti agli occhi e verso le sei di sera sono finalmente arrivata.

Amsterdam si dispiega davanti ai miei occhi con i suoi palazzi rossi e neri, qualche accenno di verde qua e là, il fiume Amstel che la attraversa, i suoi ponti fioriti e le sue mille biciclette. Ovviamente piove, ma ormai la pioggia sembra essere diventata parte del mio viaggio e posso vantarmi di aver visto e provato anche la pioggia di ogni paese che ho visitato finora, compresa l’Olanda.

12 Agosto 2019

È stata una buona idea quella di andare subito a dormire e potersi svegliare presto per esplorare la città dai mille volti. Piove anche stamattina, ma Amsterdam ha uno strano fascino anche con il temporale e così apro l’ombrello e inizio a camminare, passo per Jordaan il quartiere degli artisti, pieno di gallerie d’arte e piccoli bar e ristoranti originali, o più propriamente detto “artistici”. Arrivo fino alla piazza principale della città, passando per piccole strade, ponticelli, vicoli e attraversando il quartiere a luci rosse, a quest’ora ancora deserto. In tutta la città si respira odore di marijuana: per strada, passando davanti ai Coffee Shop, ai vari negozi o dalla finestra di qualche casa. Piazza Dam, appunto la piazza principale della città, un altro trionfo di edifici storici e monumenti, ma Amsterdam non si ferma a questo, è un’opera d’arte in ognuno dei palazzi che vedrete in quello che è uno dei maggiori centri rinascimentali di tutta l’Europa, ma anche nei suoi tanti particolarissimi musei e nei suoi ponti pieni di fiori e biciclette, che messi insieme danno un fascino particolare al paesaggio.

Piazza Dam
Piazza Dam

Solo nei pressi di piazza Dam potrete già trovare vari musei, alcuni li vedrete solo ad Amsterdam, come il Museo della Marijuana (ma ne troverete diversi in città), altri appartenenti a franchising e ormai presenti quasi in tutto il mondo. Sparsi per la città vi sono poi il museo di Van Gogh, il museo di Rembrandt, il Rijksmuseum (Museo Nazionale) e tanti altri. C’è poi la Casa di Anne Frank, sicuramente uno dei posti che vale la pena visitare, purtroppo però arrivata davanti al museo scopro che i biglietti possono essere acquistati solo online e sono così richiesti che andrebbero acquistati almeno un mese prima della visita; trovo infatti i primi biglietti disponibili solo per l’inizio di settembre.

Ingresso del museo “Ripley’s – Believe It Or Not”
Monumento di Anne Frank

Passeggio a lungo per le vie del centro, rientro per pranzo, esco di nuovo. C’è un fascino tutto da scoprire ad Amsterdam e si può fare solo percorrendola e perdendosi in essa, guardandosi intorno e scovando le sue piccole particolarità, i suoi “mille volti”.

Quasi a fine giornata, tornando di nuovo verso il mio alloggio, mi soffermo in quella che secondo me è la piazza più suggestiva della città: piazza Rembrandt. Al centro della piazza vi è una statua raffigurante il famoso pittore e davanti ad essa 22 figure in bronzo, rappresentanti i personaggi di un suo famoso dipinto “La ronda di notte”.

Da Rembrandtplein, come viene chiamata la piazza in olandese, dirigendovi verso il quartiere Artis noterete subito un ponte, è Blauwbrug (letteralmente “Ponte blu”). Un celebre ponte, anch’esso molto bello per le sue sculture decorative.

Ma fermatevi un attimo prima di attraversare il ponte, sulla sinistra troverete uno dei tanti coffee shop presenti ad Amsterdam che si chiama Kooi Coffeeshop. Io mi sono fermata lì, attratta dall’arredamento interno del locale, molto particolare.

Al suo interno ho incontrato un ragazzo italiano dietro al bancone, ormai ad Amsterdam da cinque anni ed è stato lui a mostrarmi come le sostanze stupefacenti legalmente in vendita nei coffee shop abbiano un loro menù, con tanto di suddivisione tra marijuana e hashish e tra le varie subspecie (sativa, indica, ibride di vari tipi), con annessa descrizione della composizione, gusto ed effetti di questa. In più, puoi scegliere quanta acquistarne: una canna, un grammo, due, tre, cinque grammi. Forse qualcuno di voi già lo saprà ma nonostante le droghe leggere ad Amsterdam siano legali e siano permessi quindi l’acquisto e il possesso di queste, non è possibile assumerle al di fuori dei coffee shop. Quando vuoi consumare questo tipo di sostanze, se non devi acquistarle puoi recarti in uno dei tanti bar di Amsterdam che non si dedicano alla vendita di marijuana ma ti permettono di consumarla al loro interno. È strano, almeno la prima volta che ti trovi in questa situazione, fumare una canna in vetrina, in mezzo a tanta gente seduta tranquillamente a chiacchierare, chi mangia un muffin, chi fuma tramite il Bong, chi semplicemente fissa il vuoto. È strano anche veder passare dei poliziotti a cavallo davanti al locale e ricordarti solo dopo che sei in un paese dove tutto ciò è legale e totalmente normale.

È inutile che vi dica che dopo essere stata in quel coffee shop la mia giornata si sia conclusa con una cena e una nottata di sonno. E che Dio benedica Google Maps.

Note allegre e malinconiche di Bruxelles

10 Agosto 2019

È il mio ultimo giorno a Bruxelles, stamattina decidiamo di uscire definitivamente dal guscio di casa e usciamo di buon’ora diretti verso l’Atomium. Ragazzi, se c’è un posto a Bruxelles che va assolutamente visitato è proprio questo. C’è molta gente all’Heysel Plateau, tutti qui per vedere il famoso Atomo e le code di attesa non mancano, ma una volta entrati basta poco per rendersi conto che ne è valsa la pena: al primo e secondo piano del museo (che si trova proprio dentro la struttura dell’atomo) si trova la storia della costruzione divenuta ormai monumento, creata inizialmente per il World Expo tenutosi a Bruxelles nel 1958.

Ma al terzo piano, anzi sarebbe il caso di dire “nella terza sfera” troviamo un’esposizione fantastica, un gioco di luci a ritmo con la musica in una stanza completamente buia, tranne che per i pannelli che emettono queste luci intermittenti e nella stanza superiore un atomo, al centro della stanza, come protagonista di questi effetti ottici fantastici. Nessuna spiegazione renderà mai come il video seguente.

Dopo aver visitato le varie esposizioni dell’Atomium, è il momento di godersi la vista panoramica dalla cima della struttura (alta più di 100 metri). Ma solo dopo aver pranzato, perché per arrivare in cima c’è solo un ascensore che può portare un massimo di 20 persone alla volta e tutti vogliono arrivare in cima all’Atomium, per cui bisogna affrontare una fila di 40 minuti circa per salire e non possiamo decisamente farlo a stomaco vuoto. È ormai pomeriggio inoltrato quando ci ritroviamo in cima all’Atomo e la vista ne vale decisamente la pena. Attenzione però, se come me non adorate così tanto l’altezza siate preparati al fatto che essendo un edificio molto alto e non con la stessa struttura di un palazzo, in cima all’Atomium ogni soffio di vento è una vibrazione o un movimento.

Una volta disceso il gigantesco atomo torniamo verso casa, ma solo per prepararci alla serata che ci aspetta; d’altronde, è sabato.

Bruxelles di notte è un trionfo di luci e colori, quasi come l’esposizione dell’Atomium. Palazzi illuminati da giochi di luce, fontane colorate, c’è un sacco di vita in città fino a tarda notte. Noi arriviamo in centro per le dieci, cercando ancora un posto dove cenare e lo troviamo nonostante l’ora; poco dopo siamo già alla ricerca di un locale dove passare la serata. Dopo qualche ricerca decidiamo di dirigerci in un quartiere nelle vicinanze, pieno di locali notturni e ci fermiamo in un posto chiamato Black Sheep. Se vi piace la musica rock questo è il locale che fa per voi, perché non mettono altro che quello e hanno anche una vasta scelta di birre, comprese ovviamente quelle locali!

Tra chiacchiere, birra, birra e… ho già detto birra? Concludiamo la serata quasi in mattinata, stanchi, molto allegri, nel mio caso anche un po’ malinconica. Da quando ho messo piede in questa città le note metal e un po’ tristi di “Far From Home – Five Finger Death Punch” mi frullano in testa, il titolo già dice tutto e forse è anche il mood di questi giorni un po’ malinconici a Bruxelles, troppo lontana da casa Italia, ancora molto lontana da Casa Svezia. 

Mi addormento con il sorgere del sole, con la mente già sul treno che domani mi porterà alla mia prossima meta.

Come (non) visitare una città

07 Agosto 2019

Scendo a Bruxelles, alla stazione c’è un amico ad aspettarmi, lo stesso che mi ospiterà nei prossimi giorni. Non ci conosciamo molto bene e forse questa è proprio l’occasione per conoscerci meglio e passare dei bei momenti in compagnia.

Quando arriviamo a casa è ormai ora di cena, la serata trascorre veloce tra quelle quattro mura scandita dalle nostre parole, scivolando tra un discorso e l’altro, nelle mille cose che ci diciamo in quelle prime ore insieme. Entriamo così velocemente l’uno nella vita dell’altra, che tra le varie chiacchiere ci accorgiamo che è notte inoltrata, ma questo basta a fermarci solo per qualche ora di sonno e il giorno seguente lo passiamo interamente in casa continuando a parlare (e mangiare, ovviamente) della mia vita, della sua vita, del futuro, del paese in cui viviamo/andremo a vivere, dell’Italia che abbiamo lasciato e che purtroppo non ci manca e non ci mancherà, troppo lontana dalla nostra concezione di paese in cui vivere. Usciamo solo per prendere la cena, una pizza come non la mangiavo da tempo. Nel vero senso della parola, perché a Bruxelles a quanto pare con la pizza non se la cavano benissimo e quell’impasto rimane sul mio stomaco per molte, molte ore. 

09 Agosto 2019

Arriva in un battibaleno, tanto da farmi dire “Ho veramente passato due giorni dentro una casa a parlare?” Ebbene si, forse è normale avere questo risultato quando fai incontrare due logorroici e li metti dentro la stessa casa. È decisamente il momento di uscire e, nonostante qualche piccola defaillance, nel pomeriggio riusciamo a mettere il naso fuori casa e persino ad arrivare in centro. Bruxelles è molto bella, pur non discostandosi molto dallo stile architettonico visto in altre città. La piazza principale è un trionfo di edifici storici, da quello del municipio, alle case delle corporazioni e la Maison du Roi. Non sbagliano a considerarla una delle piazze più belle del mondo. 

Solo qualche metro più in là si trova il Manneken Pis, una piccolissima statua di bronzo rappresentante un bambino che fa pipì in una fontana. Si, proprio così. Quella stessa statua che avete visto rappresentata spesso e volentieri in mille modi, vestita in ogni modo. Il mio telefono si spegne proprio davanti alla piccola statua di bronzo, mentre la mia reflex riposa beatamente a casa del mio amico, dove l’ho dimenticata, così la nostra escursione continua, ma senza foto. Passeggiamo ancora per il centro, senza una precisa meta, osservo i palazzi, i negozi, le persone. Ho visto in ogni città fantastici pezzi di architettura, palazzi immensi di ogni tipo e forma e ora inizio a cercare e ad aspettarmi qualcosa di diverso, mentre inizio a percepire una sorta di malinconia mista alla voglia di arrivare a casa. Non quella dove sono nata, ma quel posto dove mi sono sentita veramente a Casa.

Continuando la nostra passeggiata a un certo punto ci troviamo nel bel mezzo di una festa in piena regola, bancarelle lungo tutta la via, cibo e alcool a volontà, musica ad alto volume e un sacco di gente che ride, balla e si diverte. Il tutto sembra isolato a quell’unica via appena fuori dal centro, ma solo un isolato più in là troviamo la stessa identica situazione della via precedente, così decido di controllare e sapere cosa si festeggia e scopro che in queste due strade (rue de Sable e rue du Marais) si festeggia la vittoria della città di Bruxelles sulla città di Lovanio nel XIII secolo. E tuttora gli abitanti della città sono molto felici di questa vittoria, tanto che vedendoci passare, un uomo belga un po’ alticcio e molto su di giri tenta di coinvolgermi nella festa trascinandomi a ballare, urlando di gioia nello scoprire che siamo italiani. 

Ci allontaniamo (velocemente!) dalla festa e concludiamo la serata con una cena in un bar-ristorante vicino casa, mangiando un piatto tipico belga: la Carbonnade a la flamande, ossia lo Stufato Fiammingo, carne di manzo cotta lentamente nella birra, rigorosamente belga e servita con la salsa di cottura, accompagnata da patatine fritte o riso. Molto buono, ve lo consiglio!

La città a misura d’uomo

07 Agosto 2019

Francoforte, Germania. La tappa intermedia, perché da Praga sarebbe stato un viaggio troppo lungo in treno, fino alla mia prossima meta. Ma anche una città molto bella, nonché sede della Banca Centrale Europea e città natale del famoso scrittore Johann Wolfgang von Goethe. Una città a misura d’uomo, come molti la definiscono, né troppo grande né troppo piccola e spaccata in due tra la zona finanziaria, piena di altissimi grattacieli e palazzi grigi e la Città Vecchia, dove si trovano musei, monumenti ed edifici storici. 

Un buon punto di partenza per visitare Francoforte, nonché punto di riferimento, è Römer, un edificio di origine medievale, ora municipio della città, nella piazza principale di Francoforte che è ricca di storia e locali tipici. È proprio da qui che inizio la mia visita.

Il luogo più distante da Römer sembra essere proprio il Goethe House Museum, un po’ decentrato rispetto ad altre attrazioni ma comunque a soli dieci minuti a piedi di distanza. Nel museo tutti i possedenti una carta dello studente valida pagano solo metà biglietto, un prezzo molto valido per entrare un po’ nella vita e le opere del famoso scrittore. L’interno del museo è la casa dove Goethe è nato e ha vissuto almeno parte della sua vita, non proprio l’originale ma una fedele ricostruzione effettuata dopo che questa venne distrutta da un bombardamento nel 1944. Passo all’incirca un’ora ad esplorare la vita dello scrittore, a visitare le sue stanze e guardare le sue immense collezioni di dipinti e libri, poi mi dirigo nella parte “grigia” della città per dare un’occhiata e non trovo assolutamente nulla di particolare, se non grossi palazzi, molte persone ben vestite che camminano seriose per le vie del quartiere e locali grandi, moderni e costosi. Quindi mi incammino nuovamente nei pressi di Römer per visitare la Cattedrale di Francoforte, che in realtà a quanto pare non è mai stata una cattedrale, ma una collegiata e che viene definita “Duomo Imperiale” per l’importanza storica che ha avuto nei secoli.

Dopodiché una bella passeggiata per le vie del centro, molto caratteristiche e popolate di gente. Decido di fermarmi a mangiare qualcosa di tipico del posto e trovo un locale piccolo e molto carino, con tanto di tavoli all’aperto, proprio di fianco a Römer. Il posto si chiama Binding Schirn, al suo interno trovo una signora molto simpatica che mi serve un piatto tipico con salsicce di Francoforte, insalata di patate e un’altra insalata che, devo dirvi la verità, non ho ben capito da cosa sia composta, a parte molta cipolla.

Ora è la volta dell Eiserner Steg, ossia il Ponte di Ferro, in realtà un ponte come tanti se ne vedono oggi, ossia pieni di lucchetti di ogni colore e forma davanti ai quali ogni giorno sicuramente c’è chi piange, pentendosi di ciò che ha fatto. Vi sta bene. Il ponte offre però una bella vista di entrambe le facce della città, la vecchia e la nuova. Una volta arrivata dall’altro lato del ponte mi addentro un po’ dall’altro lato della città e trovo anche una piccola chiesa, molto carina, anche se un po’ nascosta.

Purtroppo il tempo a Francoforte è già finito, quello che mi manca di vedere è Palmengarten, un giardino botanico che sembrava essere molto bello ma che ora è troppo lontano perchè io abbia sia il tempo di raggiungerlo che di visitarlo per bene. Ma chissà, magari un giorno passerò di nuovo da queste parti. Mi dirigo alla stazione, pronta a salire su un altro treno e conquistare una nuova meta.

Esperienze negative: una giornata difficile

Viaggiare è una delle esperienze più belle che l’uomo possa vivere. Scoprire nuovi luoghi, incontrare persone e culture diverse dalla propria, immergersi nella vita di un altro paese. Viaggiare da soli rende tutto ancor più avventuroso e dà più possibilità di aprirsi a nuove conoscenze, di incontrare persone molto diverse da te e con le quali far nascere alle volte bellissimi rapporti. Viaggiare però, soprattutto da soli, potrebbe comportare alcuni rischi ed è necessario dunque non solo partire attrezzati e organizzati ma mentalmente pronti ad affrontare anche possibili situazioni di difficoltà e ad avere freddezza nel farlo. Il mondo non è soltanto sole e gioia.

06 Agosto 2019, 11.00

Mi dirigo alla stazione di Praga almeno mezz’ora prima della partenza del treno, per avere il tempo di trovare il mio binario ed effettuare tutti gli spostamenti del caso con i miei numerosi bagagli. Purtroppo la stazione centrale di Praga si rivela meno intuitiva e facile di altre, l’organizzazione dei binari funziona un po’ diversamente rispetto ad altri paesi e le indicazioni non sono sempre così chiare, almeno per un turista. Vedo il treno partire davanti ai miei occhi e mi trovo costretta a cercare un treno successivo, che fortunatamente trovo per un’ora dopo solamente anche se con due coincidenze durante il tragitto.

Salgo sul treno, sistemo i miei bagagli, ma solo dopo un’ora di viaggio tutti i passeggeri vengono avvertiti che a causa di lavori in corso sulle ferrovie, ci saremmo dovuti spostare su un autobus per percorrere il tragitto tra una stazione e l’altra, così il treno che già era in ritardo di 10 minuti accumula ben 40 minuti di ritardo. Ovviamente a seguito di questo disservizio, che però non era stato annunciato prima della partenza del treno (almeno non in una lingua comprensibile internazionalmente), perdo la mia coincidenza. Mi ritrovo a dover aspettare per un’ora e mezza in una piccola stazione di chissà quale paesino della Repubblica Ceca. Il luogo sembra inizialmente abbastanza tranquillo, finché non decido di uscire a fumare una sigaretta e mi rendo conto di come il posto sia frequentato da soggetti tutt’altro che raccomandabili, che tentano di approcciare chiunque si trovi all’esterno o comunque da solo. Inganno l’attesa sedendo proprio sulle panchine davanti alla biglietteria, sotto lo sguardo degli addetti alla vendita, finché non giunge il momento di dirigersi al binario. Anche lì si notano strani movimenti di ragazzi proprio intorno a chi si ritrova ad attendere da solo e non sono l’unica ad averlo notato: vedo in lontananza una ragazza, anche lei sola e con un grosso zaino sulle spalle, con il mio stesso sguardo preoccupato e così mi avvicino, ci sorridiamo, rimaniamo in silenzio come se non ci fosse bisogno di dire che magari, in due, potremmo sentirci entrambe un po’ più tranquille. All’arrivo del treno, ci sistemiamo su due posti vicini e osserviamo un po’ atterrite questi soggetti, due ragazzi forse anche più giovani di me, salire e scendere dal treno, osservare i corridoi, controllare la situazione, per poi finalmente scendere. Non so cosa volessero, ma non sembrava nulla di buono e nel momento in cui il treno parte sento provenire un sospiro non solo da me, ma anche dalla ragazza al mio fianco e così uno sguardo, un sorriso e ci presentiamo: lei viene dall’Australia e anche lei a quanto pare è finita in quella stazione per puro errore, anche lei mi conferma di aver notato l’ambiente teso e di pericolo intorno a quel posto e di aver notato quegli strani tipi aggirarsi con fare sospetto. Ma per fortuna, ce ne siamo liberate.

H 21.30

Dopo due ore in treno, un altro cambio e un altro paio d’ore, arrivo finalmente a Francoforte, in Germania. La prima impressione è che l’ambiente sia decisamente più controllato e sicuro rispetto alla nazione appena lasciata. Prendo qualcosa per cena e mi dirigo all’hotel, poco distante sia dalla stazione centrale che dal centro città. Appena entrata l’hotel appare solo un po’ datato in confronto ad altri luoghi e l’uomo alla reception sembra molto gentile, ma appena salita inizio a percepire un ambiente un po’ strano, a parte il disagio iniziale di trovarmi davanti alla porta dell’ascensore uno strano uomo con una sigaretta accesa in bocca (dentro il corridoio dell’hotel!). Davanti la porta di fianco alla mia stanza c’è una sedia a rotelle apparentemente in disuso e già dall’esterno le stanze sembrano un po’ fatiscenti, ma forse è solo la mia impressione. Appena entrata in camera invece scopro che una delle due ante della finestra non si chiude, in nessun modo, un po’ preoccupante trovandosi al primo piano e che nello scolo della doccia si trovano ancora dei capelli incastrati, senza considerare il “vecchio stile” di tutti gli oggetti nella stanza che, difettosi e rovinati dal tempo, rendono la stanza decisamente fatiscente. Dopo aver mangiato, scendo a fumare e continuo a notare strani movimenti e odore di fumo all’interno del corridoio, in più sulla sedia a rotelle prima vuota ora sono comparsi un mattarello e una stampella (cioè, un mattarello e una stampella?). Dopo una breve chiacchierata con l’uomo alla reception, un altro rispetto a quello di prima e apparentemente non molto cordiale, scopro che il WiFi che doveva essere compreso in realtà non c’è, perché “non riesco a trovare il foglio con la password” è la giustificazione del signore dietro il bancone.

Una volta rientrata in camera inizio a sentire forti rumori provenire sempre dal corridoio, persone che parlano ad alta voce, oggetti che vengono trascinati per terra, porte che sbattono. È anche vero che queste pareti sono sicuramente leggerissime, ma tutto questo strano movimento inizia ad agitarmi. Decido innanzitutto di rendere la stanza più sicura per la notte, la situazione inizia a non piacermi e mi rendo conto di non avere molte possibilità di cambiare ambiente a quest’ora, ormai è quasi l’una di notte. Così, presa dall’agitazione, inizio ad escogitare metodi alla McGiver per “blindare” la mia stanza. Doppia mandata sulla porta, chiave inserita dentro, il mio pesantissimo zaino appoggiato sulla porta, un laccio pesante a legare le maniglie delle due ante delle finestre l’una con l’altra e per finire, sulla porta a vetri che dal corridoio iniziale lascia all’ingresso nella stanza da letto, il filo della lampada da tavolo legato alla maniglia, con la lampada appoggiata al bordo del tavolino all’angolo del muro, in modo che cada nel caso in cui qualcuno tenti di aprire la porta e in più, la sedia appoggiata alla porta. In realtà io stessa percepisco un’immensa comicità nelle mie azioni ma almeno psicologicamente, penso che potrebbe migliorare la mia situazione. Nel frattempo i rumori continuano e si inizia a sentire un forte odore di fumo e di Marijuana. Quando l’agitazione inizia a diventare panico decido di chiamare la reception e lamentare tutto ciò, ma in tutta risposta mi viene detto “io non sento nulla”. Sono io dunque a dover suggerire all’uomo di salire a controllare la situazione e vengo liquidata con un “si, forse ora salirò a controllare”. Poco consolata da ciò, inizio ad ascoltare con attenzione ogni singolo movimento proveniente da fuori e sento effettivamente qualcuno salire dalla reception, che sembra fare su e giù per controllare cosa stia succedendo. Dopodiché qualche altro rumore, un bussare a una porta, qualche conversazione sommessa e lentamente i rumori cessano del tutto, con il conseguente placarsi della mia ansia. Non mi fido del tutto di questa situazione, anzi non mi fido per niente e mentre mi metto a letto prendo il coltellino svizzero che mio padre mi ha lasciato prima di partire, lui si che la vede lunga, lo apro, lo separo e stringo in una mano il coltello e nell’altra il cavatappi. Mi addormento così, con le braccia entrambe infilate sotto il cuscino, mi sento un po’ Rambo e sorrido di tutta la situazione così assurda, riflettendo però sul fatto che nessuno, nessun viaggiatore solitario e soprattutto nessuna donna sola dovrebbe trovarsi nella situazione di avere paura e di non sentirsi al sicuro, in un posto dove invece dovrebbe poter riposare e non correre rischi.

07 Agosto 2019

Sono ancora viva. La stanza è intatta, ogni cosa è come l’avevo lasciata, io sono indenne e mi vesto il più velocemente possibile per scendere a colazione e andarmene da quel posto. Alla luce del sole la situazione sembra anche meno grottesca: la sedia a rotelle è sparita, nella stanza della colazione vi sono anche un paio di famiglie, una coppia e un anziano solo e a parte qualche moscerino nella stanza, non sembra esserci nulla di così sporco o fatiscente. Comunque non mi azzardo a bere il loro latte. 

Dopo aver mangiato e aver sistemato le ultime cose, parto finalmente dall’hotel per esplorare Francoforte, sollevata di aver abbandonato quello strano posto e quasi dimentica dei brutti momenti passati solo la notte prima. 

Il nome del posto è Hotel Diplomat, non molto lontano né dal centro né dalla stazione centrale, ma vi sconsiglio vivamente di andarci, a seguito di ciò che ho appena raccontato e di tante altre piccole cose notate sul posto. Date sempre un’occhiata alle recensioni sui posti dove vi dirigete, cosa che sono solita fare, ma che stavolta ho erroneamente mancato di fare e nell’occasione più sbagliata.

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